Terapia della Gestalt

Gestalt è un termine tedesco che non ha un preciso equivalente in altre lingue e può essere tradotto con “forma”; “gestalten” significa “mettere in forma, dare una struttura significativa”. La terapia della gestalt non va confusa però con l’originaria Psicologia della Gestalt, che studiava le modalità e le leggi che regolano la percezione umana e come aspetti soggettivi possono influenzarla. Tuttavia ha ereditato e preso in prestito da essa alcuni importanti concetti.

La Psicologia della Forma

La Psicologia della Forma già dagli anni ‘20 ci insegna che il nostro campo percettivo viene organizzato spontaneamente sotto forma di insiemi strutturati e significativi, come ad esempio un volto, che “il tutto è diverso dalla somma delle singole parti” e che “una parte in un tutto è differente dalla stessa parte presa isolatamente o inserita in un tutto diverso”. Tali concetti trovano applicazione anche nel campo della psicologia sociale, della teoria dei sistemi, delle dinamiche di gruppo e della comunicazione (vedi K.Goldstein, K. Lewin, von Bertalanfy, G. Bateson, P. Watzlawick).

La percezione dipende a volte da fattori sia oggettivi che soggettivi e noi tendiamo ad isolare e tagliare dallo sfondo le figure per noi più pregnanti e significative, così come l’assetato, ad esempio, vede immediatamente una fontana anche in mezzo ad un paesaggio carico di elementi. L’aspetto di ciò che percepiamo, in altre parole, dipende anche dai nostri bisogni e molteplici lavori sperimentali in laboratorio hanno confermato la soggettività della percezione e della scelta – consapevole o meno che sia – della figura e dello sfondo.

La percezione della realtà è personale più che oggettiva e l’uomo, che è mosso dal bisogno di comprendere, dare coerenza e, in ultima analisi, controllare la realtà, attribuisce significati, scegliendo tra vari livelli di interpretazione possibili per ciascuno, simbolizzando e tessendo delle narrazioni di sé in relazione all’ambiente e agli altri.

La Gestalt si sforza di introdurci in questo fitto tessuto di significati che costituisce la densità e l’infinita ricchezza della nostra vita d’ogni giorno.

"Boring Figure", 1930, E. Boring

Gestalt Therapy

Definire la Gestalt una “terapia” rischia di co-stringerla all’interno di un significato ristretto: essa si rivolge, sì, a persone sofferenti di disturbi psichici o psicosomatici, ma anche a persone che si trovano in difficoltà di fronte a quei problemi esistenziali, che si verificano normalmente nella vita – conflitti, rotture, solitudine, lutto, demoralizzazione, senso di incapacità o di impotenza, e, ancora, in senso più ampio, a qualsiasi persona (o organizzazione) che ricerchi una migliore realizzazione del proprio potenziale, non un semplice star meglio, ma un essere di più, una migliore qualità della vita.

Del resto la stessa OMS definisce la salute, non come “l’assenza di malattia o infermità, bensì uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”.

La terapia della Gestalt mira dunque al mantenimento e allo sviluppo di questo benessere armonioso, più che alla “guarigione” o alla “riparazione” di un qualsivoglia disturbo. Lo spirito della Gestalt non è tanto quello di ricondurre ad uno stato di “normalità”, ma di valorizzare il diritto alla diversità, l’originalità irriducibile di ogni individuo.

Al contempo essa pone l’accento sul concetto di responsabilità personale (respondere = impegnarsi a rispondere): ogni individuo partecipa attivamente alla costruzione del proprio progetto esistenziale e conferisce un significato a ciò che gli accade e al mondo che lo circonda creando instancabilmente, giorno dopo giorno, la propria libertà relativa.

La gestalt è stata definita di volta in volta in diversi e numerosi modi: terapia della consapevolezza, terapia del contatto, terapia del qui-ed-ora e via dicendo, ponendo l’accento su diversi aspetti che la caratterizzano.
Essa si colloca nell’ambito della Psicologia Umanistica (A. Maslow, C. Rogers, R. May, G. Allport) e vede il suo iniziatore in Fritz Perls, psicoanalista ebreo di origine tedesca, emigrato negli Stati Uniti negli anni ‘50. La Gestalt affonda le proprie radici in diversi terreni culturali: la filosofia esistenzialista e la fenomenologia (Husserl, Heidegger, Brentano, Jaspers, Binswanger, Sartre, Merleau Ponty), l’approccio corporeo dell’Analisi del Carattere di Wilhelm Reich, le filosofie orientali (Taoismo, Zen), lo Psicodramma di Moreno.

Da tutte queste influenze derivano una teoria del Sé e un insieme di metodi e tecniche, sia verbali che corporee, che si ispirano ai seguenti principi e valori fondamentali:

  • prendere coscienza del proprio vissuto emotivo, corporeo, cognitivo , comportamentale  
  • il valore del momento presente, qui-ed-ora
  • l’interesse per il come  e il per-che, oltre al perchè, per il processo e non solo per i contenuti e le cause, per la progettualità attiva e non solo per la storia passata;
  • la responsabilità personale di fronte alle proprie scelte ed ai propri evitamenti
  • favorire un contatto autentico con gli altri e con se stessi
  • favorire un adattamento creativo all’ambiente
  • evidenziare e portare in figura le nostre resistenze, le interruzioni del contatto con i nostri bisogni fondamentali e con gli altri, i nostri evitamenti, le paure e le inibizioni, pur mantenendo un atteggiamento di rispetto
  • favorire l’integrazione della personalità, la completezza armoniosa e dinamica, mettendo in dialogo tutte le polarità che possono organizzarsi in conflitti interiori ed ambivalenze
Coppa e due profili, 1915, E. Rubin

Il valore del qui-ed-ora

Il processo creativo inizia sempre con l’accettazione di “ciò che è”: “Essere ciò che sono prima di essere in qualsiasi altro modo” (come vuole la teoria paradossale del cambiamento di Beisser).

La terapia della Gestalt non è interessata tanto all’interpretazione, ma alla comprensione globale del modo-di-essere-al- mondo dell’individuo.

Ci si concentra sul momento presente, su ciò che accade nel momento vivo nella stanza e nella relazione terapeutiche, senza dimenticare il passato, né trascurare la progettualità per futuro; tuttavia, qui e adesso sono le uniche dimensioni in cui possiamo veramente agire e vivere. La realtà esiste sempre nel presente, che si tratti di un ricordo o di una previsione, una fantasia o una paura immaginata e paralizzante. Appropriarci con consapevolezza di chi siamo ora è il primo passo nel percorso. Il vissuto del qui ed ora ha inizio con la sensazione, con ciò che accade nel nostro corpo, dove emozioni ed esperienze sono incarnate e attraverso cui vengono comunicate non verbalmente.

Now O' Clock, 2012, William Garcia

Il ciclo di contatto

E’ dalle sensazioni del corpo che ha origine il  ciclo dell’esperienza o ciclo di contatto: questo concetto fondamentale della Gestalt, descrive l’esperienza come un processo psichico e fisico che vede l’individuo costantemente impegnato per soddisfare i propri bisogni (materiali, emotivi, relazionali, professionali, etici o spirituali) in maniera ciclica, attraverso fasi successive: prime, la sensazione e la consapevolezza, poi l’orientamento per mettere a fuoco come poter soddisfare il bisogno che emerge in figura dallo sfondo, poi si raccolgono le energie e ci si mobilita per agire, si entra in contatto con se stessi, con l’ambiente, con le persone o le situazioni e lì si può raggiungere la soddisfazione del bisogno, dopodichè, nella fase di ritiro, si conclude il ciclo e si è di nuovo pronti per lasciar emergere dallo sfondo un nuovo bisogno, una nuova esperienza. Tutto questo avviene sempre al confine di contatto, cioè nella relazione con l’altro e con l’ambiente circostante.

La dialettica figura-sfondo e le resistenze al contatto

In una condizione di salute siamo in grado perfettamente di distinguere dallo sfondo indifferenziato ciò che ci interessa e che ci attira, i nostri bisogni e valori, la loro importanza relativa, i nostri modi di essere. Le figure sono chiare, pulite ed hanno una buona forma.

Ma in altre condizioni o momenti della vita, o in alcune persone più che in altre, la figura e lo sfondo sono confuse, c’è una mancanza di obiettivo e di messa a fuoco. Il ciclo di contatto può subire dei blocchi o delle interruzioni e da qui nascono il malessere oppure i sintomi più svariati: la nevrosi spesso è dovuta proprio ad una serie di situazioni incompiute e lasciate interrotte.

«La resistenza al contatto è una modalità attraverso la quale l’individuo può interrompere la naturale tendenza ad andare verso l’altro per salvaguardare il suo senso di attaccamento nella relazione.
Le modalità di resistenza al contatto rappresentano anche quello che si chiama “adattamento creativo” all’ambiente. Il bambino sperimenta molto presto la polarità attaccamento/autonomia, sviluppando le proprie modalità di resistenza che gli consentono di mantenere una sorta di equilibrio con il mondo che lo circonda.
Se queste sono rigide all’interno dell’identità della persona, rischiano però di diventare un ostacolo alla realizzazione di sé, con conseguenze sull’autostima e sulla relazione con l’altro»1

Tuttavia le resistenze ed i sintomi vanno trattati con rispetto: il terapeuta gestalt li considera dei tentativi creativi, seppur disfunzionali, di far fronte ad una realtà difficile da sostenere o da affrontare. Parte del lavoro terapeutico è proprio incentrata sul prendere coscienza dei propri meccanismi di difesa, delle corazze e i blocchi, favorendo il ripristino di un fluido e spontaneo ciclo di contatto.

"Cielo e acqua I", 1938, M.C.Escher

Lavorare con le polarità

La personalità è un insieme complesso di parti, di motivazioni, di sentimenti e di temi, i quali si organizzano spesso in contrapposti polari, cioè in parti di noi che possono a volte entrare in conflitto tra loro, che ne  siamo consapevoli o meno. Può essere utile cercare di far dialogare queste parti fra loro, altre volte una delle due resta sommersa e neanche il soggetto ne ha consapevolezza. Nel lavoro terapeutico sipuò giungere a dar voce a parti inespresse di noi, a scoprire componenti e potenzialità insospettate o represse, a conciliare spinte contrapposte o a fare delle scelte, consapevoli dei costi che hanno per noi.

Una delle polarità centrali nella nostra esistenza, del resto, è proprio quella della stabilità in opposizione al cambiamento, il bisogno di sapere contro la paura di sapere. Gran parte della nostra energia si esaurisce nella lotta tra queste due forze.

Quando bisogni contrapposti ci mettono in conflitto e parti diverse della nostra personalità non trovano spazio nel mondo per esprimersi, allora è necessario un aiuto per integrare le varie polarità come in un tutto unico e armonioso, come un dipinto dalle molte sfaccettature, forme e tonalità di colore.

1 Maria Menditto, Comunicazione e relazione, Erikson Editore (pag. 269)